Giacche Verdi Ottaviano "398° Fiera Vesuviana"

3° anno del reparto Equestre
S. GENNARO VESUVIANO E IL CAVALLO
Le origini dell’insediamento umano che oggi si identifica in San Gennaro Vesuviano si perdono nella notte dei tempi; infatti la terra vesuviana e in particolare il Piano di Palma furono abitati in tempo preistorico nell’età del Bronzo, poi in epoca sannitica, in epoca romana, con una continuità storica che, relativamente all’andamento della popolazione e ai fenomeni vulcanici,
anche disastrosi..., che investirono il territorio, non ha sostanzialmente visto soluzione di continuità.
In epoca medievale, dall’anno 1000 in poi, ritroviamo nella pur vasta Selva Piana vari insediamenti che facevano riferimento alla Chiesa di Sant’ Januarius in silva, che diede nome al territorio, così individuato nei documenti del tempo.
A metà del 1400, in una fase di grande espansione della popolazione, in seguito a disboscamento, furono messi a coltura ampi territori, anche il Piano viene liberato dal querceto densissimo che lo aveva in grandissima parte occupato, almeno dalla fine delle eruzioni disastrose del VI secolo.
Il disboscamento fu occasionalmente causato dall’esigenza di re Alfonso il Magnanimo per praticar la caccia al falcone insieme con la bella Lucrezia d’Alagno e con la Corte Napoletana, che, annualmente, si recava alla passa della caccia nel Piano di Palma.
Dopo Alfonso d’Aragona anche i suoi successori continuarono a frequentare il rinomato sito di caccia. In particolare il figlio naturale e successore al trono, Ferrante, fece costruire al centro del Piano una maestosa Cavallerizza che da lui prese il nome di Cavallerizza di re Ferrante, dove venivano ospitati 120 cavalli al seguito del re, con camere al piano superiore per alloggiare la corte.
Anche Alfonso II e Ferdinando II (Ferrandino) continuarono l’esercizio della caccia nel Piano. Con la fine del Regno e l’istituzione del Vicereame le cacce reali furono abolite, ma la Cavallerizza ancora per un secolo ospitò le migliori razze di cavalli del regno al servizio della Regia Corte, grazie all’abilità dei cavallerizzi acquistata nella doma e nell’addestramento dei manieri per la caccia e di quelli dall’andatura ambia. Poi le stalle regie furono trasferite dal Piano di Palma a Napoli, prima in quella che successivamente fu sede dell’Università degli Studi, ed attualmente
ospita il Museo Nazionale e poi al Ponte della Maddalena.
Quando nel 1613 il Marchese di Lauro e Signore di Palma, Scipione Pignatelli istituì la Fiera nello spiazzo aderente all’antica Cavallerizza, proprio davanti al Convento Francescano, donando ben 20 moggi di terreno (pari ad 80.000 mq), la nuova istituzione, anche per il privilegio di essere Fiera franca, ben presto divenne una delle più importanti fiere dei cavalli nel territorio campano e meridionale, perché le competenze acquisite dai cavallerizzi si conservarono e furono trasferite nell’abilità commerciale. Infatti nella Fiera di S. Gennaro convenivano allevatori e venditori da ogni parte d’Italia, vedi Maremma toscana, aree bolognese, calabrese e sarda addirittura, per esporre e vendere i loro esemplari.
Questa caratteristica si è conservata per secoli.
Con la fine dell’utilizzo del cavallo come mezzo di trasporto e come ausilio per il lavoro nei campi, ovviamente, anche il grande afflusso equino, all’interno della fiera, dalla fine degli anni cinquanta agli anni settanta dello scorso secolo, annualmente scemò, fino all’eliminazione totale dei
cavalli da tiro e da lavoro, per ridursi all’esposizione dei soli cavalli da diporto, ai cavalli da sella, ai pony. La grande fiera equina fu trasformata in vari momenti di esibizione, esposizione di calessi e carretti tradizionali, gare equestri, gare di abilità, esibizioni dimostrative su strada: una tradizione che continua ancora oggi continua perché nel profondo dell’animo di ogni cittadino di S. Gennaro alberga l’amore atavico per il più nobile animale che ha contribuito, per oltre cinquemila anni, allo
sviluppo della civiltà umana.
Ci auguriamo che presto, superando particolarismi e protagonismi di maniera, si possa, nell’ambito del territorio cittadino, individuare un luogo da dedicare alla cura per questo nobile animale dove esplicare l’amore che grandi e piccini nutrono per lui.
Prof. Aniello Giugliano


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